Siamo abituati a pensare a luoghi chiusi per pregare, a luoghi che, per il fatto di essere consacrati o semplicemente per il fatto di ospitare un’immagine di una divinità, siano destinati al dialogo tra gli uomini e Dio. Quando però ci si trova ad avere come tempio un’intera valle con boschi e foreste a fare da pareti di un grande tempio, se ne può restare conquistati e se ne porta un ricordo indelebile per tutta la vita. Ecco la storia.

Avevo chiesto a Altaf, il giovane e fervente musulmano che si era offerto di, farmi più che da guida, da interlocutore appassionato, di poter visitare un importante santuario sufi nascosto tra le montagne del Kashmir. Il santuario, dedicato alla memoria dello Sheikh Nooruddin Noorani, popolarmente conosciuto come Alamdar e Kashmir, era stato appena ricostruito dopo essere stato distrutto da un attentato. I sufi non sono molto amati dai musulmani massimalisti che rimproverano loro il culto dei santi, la richiesta di grazie e miracoli e tutte le superstizioni abolite dal messaggio limpido e innovatore del Profeta. Trovandosi a pochi chilometri dal confine con il Pakistan queste valli sono state quindi molto esposte ad incursioni e attacchi di milizie varie. Prima di farmi visitare questo luogo, ritornato a essere il principale centro di devozione della regione, Altaf mi volle però accompagnare in un alpeggio, un luogo di montagna che portava nel nome, Yusmarg, una traccia della presenza di Gesù (Issa o Ius) in queste terre. Chi ha letto il post su Gesù l’Esseno può facilmente comprendere a cosa mi riferisco. I grandi prati, i cavalli, il silenzio, sarebbero stati ideali per un’esperienza di contemplazione della natura se non ci fossero stati dei lavori in corso per l’ampliamento della strada, che riempivano la valle di suoni, ruggiti, vibrazioni inopportune. Ci fermammo così per pranzo in un luogo appartato. In realtà Altaf aveva organizzato un ricco un picnic a base di specialità locali allestito sul pendio di una collina che raggiungemmo guadando un limpido torrente. Al cantiere lavoravano parecchie persone e il rumore di martelli pneumatici, ruspe in movimento, autocarri, asfaltatrici, rendeva quel luogo meno affascinante di quanto lo sarebbe stato se libero da quella cacofonia costante.

prayer in the valley Yusmarg
Prayer in the valley at Yusmarg, Kashmir

Poi il silenzio conquistò la valle e pensai che per i lavoranti era venuta l’ora della pausa. Li vidi però scendere a piccoli gruppi verso il fiume, dove, quasi per un misterioso ordine, s’andarono sistemando in vari piccoli spiazzi, a monte e a valle del mio osservatorio. Alcuni si erano coperti il capo con lo zucchetto, tutti si dedicavano alle sacre abluzioni che precedono la preghiera usando la fresca acqua del fiume. Nessun veicolo risaliva più la strada, nessuno schiamazzo né voce: gli uomini, avendo come proprio muezzin il vento, si erano ritrovati per la preghiera in una moschea grande come una valle, avendo erbosi tappeti da preghiera, verdi come ama l’Islam, e mille agili minareti a bucare il cielo, immobili perché il vento, una volta chiamati gli uomini alla preghiera, s’era improvvisamente placato e tutto era tacito e sospeso. Non si muovevano in sincronia i devoti della valle, e quello sì che sarebbe apparso davvero miracoloso, ma la loro preghiera, a cui si era unito Altaf, aveva l’essenziale compostezza che i gesti obbligati riescono a dare a qualsiasi persona li compia. Io solo restavo seduto, sulla mia coperta, aspettando di consumare il pasto, consapevole che qualcosa di sorprendente, bello e, per certi aspetti inspiegabile, stava accadendo e che forse ne avrei potuto persino ricevere dell’inconsapevole beneficio. Poi, la valle si rianimò, non più moschea a cielo aperto: chi rideva, chi si chiamava, chi tornava a camminare, infilandosi nuovamente i sandali e riprendendo a seguire i misteriosi sentieri della vita. Ben presto io, Altaf, gli operai del cantiere e i misteriosi viandanti ritornammo così a occuparci della prosaiche occupazioni della giornata. Eravamo stati per un attimo nel Tempo di Dio e quella valle ne era stato il contenitore, anche se non aveva muri, soffitti, lampade, altari, statue, immagini, candele. Eppure poche volte nella mia vita mi sono sentito tanto immerso nel divino, poche volte ho provato il medesimo turbamento.

Yusmarg open air prayer
Open air prayer in Yusmarg, Kashmir

Essendo la moschea un luogo di raduno per la preghiera e non un tempio consacrato, così come lo potrebbe intendere un cristiano o un hindu, non ci sono particolari indicazioni o limitazioni su come debba essere fatta la preghiera stessa. Può essere usato uno spazio domestico, un prato, il deserto, la tolda di una nave o uno scompartimento di treno. L’unica indicazione è quella di rispettare  l’orientamento verso La Mecca e di compiere le sacre abluzioni che purificano prima della preghiera, utilizzando possibilmente acqua ma, in sua assenza anche la sabbia. Non c’era quindi nulla di strano o di scorretto in quel momento di preghiera all’aperto. La moschea aveva solo una cupola, azzurra e alta come il cielo. Ancora turbato mi rimisi in viaggio scendendo verso il santuario di Alamdar e Kashmir, questo sì con una propria architettura, un minareto e dei veri tappeti. Doveva essere questo il luogo per cui ero venuto in questa valle ma la preghiera in riva al fiume lo rese stranamente più normale, più simile ad altri visti fino a quel momento. Quella invece sarebbe rimasta per sempre unica e irripetibile.

after the prayer
After the prayer travelers move to their destinations walking on mountains paths. Yusmarg, Kashmir, ph. Maria Lecis

 

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