La shikara scivolava leggera tra i fiori di loto del lago Dal. Tutto intorno il silenzio. Una donna su una piccola barca era china sui fiori galleggianti. Portava un velo rosso e sembrava appisolata. Appena arrivammo a tiro della sua barca la donna parve ridestarsi e la vidi azionare con energia insospettata il suo unico remo fino ad accostarsi alla nostra barca. Con una decisione che non ammetteva rifiuti mi porse un fiore appena reciso e ancora umido di acqua che le pagai volentieri e che avrebbe ornato la mia camera per tutti i giorni successivi.

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Lotus picker on her boat on Dal Lake, Srinagar, Kashmir. ph. Maria Lecis.

Da più di un’ora galleggiavamo su quella barca affusolata, fendendo giardini galleggianti di ninfee e fiori di loto, e avendo come sfondo dei monti che entravano ripidi nell’acqua alle cui pendici si trovavano i famosi giardini moghul che costeggiano la riva settentrionale del lago Dal. Questo lago è sempre apparso come un luogo di delizia per chi doveva fuggire dalla calura della piana indiana, fossero essi i sovrani moghul o i residenti gli inglesi. Ripensando alla umida Delhi che avevo lasciato qualche giorno prima, mi sentivo io stesso privilegiato osservando la punta dei miei piedi vibrare leggermente a causa delle onde, mentre sorbivo uno speziato tè kashmiri offertomi da un affascinate barcaiolo dalla pelle scura e gli occhi azzurri, simbolo vivente di una terra di incroci.

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Boatmen on Dal Lake, Srinagar, Kashmir. ph. Maria Lecis

Ero diretto alla moschea di Hazratbal, il luogo più sacro per i musulmani del Kashmir per la sua preziosa reliquia, un capello del Profeta Maometto. Scivolando al centro del lago, solo il rumore del remo e il chiacchierio sommesso dei barcaioli intervenivano talvolta a spezzare quella magica bolla di sospensione nel tempo che si era creata attorno a me. Solo un raro luccichio dalla riva, il sole che si rifletteva sul vetro di un’auto che percorreva la strada costiera, mi ricordava la realtà. Finalmente, dapprima solo come una vaga ombra, poi come una forma più decisa, la moschea di Hazratbal (la Moschea del Capello) si annunciò da lontano con la sua cupola bianca e il minareto snello di stile ottomano.

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Rainbow from Hazratbal. ph Maria Lecis

Il villaggio di Hazratbal mi apparve come un posto strano. Mi aspettavo un austero luogo di venerazione musulmano ed ero pronto a essere osservato con attenzione invece mi trovai di fronte a una specie di piscina creata da un diga artificiale da cui salivano al cielo potenti getti d’acqua e in cui ragazzini si tuffavano e sguazzavano lanciando grida al nostro passaggio. Anche il lungolago, dove passeggiavano famiglie e coppie di ragazze dai khameez multicolori, e a cui facevano da quinta belle case in legno di stile kashmiri con le finestre dal telaio bianco, aveva un che di vezzoso, abbellito con lampioncini in bronzo dal look un po’ inglese. Dopo un paio d’ore di languore, cullato dalla shikara che scivolava lenta sulle acque del lago, cercai con fatica di scuotermi da quella sorta di orientale pigrizia che mi impediva di mettere piede a terra con la baldanza necessaria ad affrontare il principale luogo di culto del Kashmir. Accompagnato dai due barcaioli che forse per fede o forse per responsabilità nei miei confronti avevano deciso di non lasciarmi solo, mi diressi verso l’ingresso della moschea. Fortunatamente ammetteva al suo interno anche i non musulmani.

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Hazratbal Mosque prayer Hall. ph. Citypilgrimblog

Forse perché ancora stregato dalla dimensione un po’ onirica del viaggio non riuscii subito a entrare in sintonia con la moschea, anzi rimasi deluso nel ritrovarmi in uno spazio che appariva privo di fascino e piuttosto incongruo con l’aspetto esterno della moschea. La sala di preghiera, molto frequentata, e in cui si percepiva una sincera devozione, era coperta da tappeti rossi che contrastavano con il rivestimento in legno scuro delle pareti dove spiccava il mihrab in marmo bianco.
Restai seduto in disparte, cercando una possibile sintonia con gli spiriti rivolti verso quella nicchia in marmo bianco che indicava il luogo santo de La Mecca, come sempre provando un sentimento di sincera ammirazione per la apparente convinzione con cui ogni credente svolgeva la propria preghiera regolata fino nei minimi dettagli. Un filo di luce al neon verde correva a mezza altezza lungo le pareti della sala, guidando lo sguardo nella giusta direzione, lo seguii sperando che mi facesse riacquistare un po’ della velocità spirituale che quel flemmatico approccio aveva in un certo senso alimentato.
Il tempo nella moschea scorreva lento e nell’osservare la sequenza delle prostrazioni anche lo spirito iniziava a essere più agile. Dopo qualche minuto di piacevole recupero della consapevolezza del luogo e dell’occasione mi alzai e ritornai all’esterno. Attorno a un prato, dove passeggiavano tenendosi per mano ragazze coperte da veli multicolori, si articolavano diversi edifici di servizio della moschea ma dietro la moschea, poi oltre il lungolago che ammiccava all’Occidente, scoprii che Hazratbal era anche un villaggio e, fatti pochi passi, mi ritrovai nell’Oriente.

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Street restaurant in Hazratbal village. ph. Maria Lecis

Tra bancarelle che vendevano cibo ed evanescenti Muslim Restaurants che mettevano in mostra le straordinarie e gonfie puri, le focacce vere specialità del luogo, si aggiravano per lo più giovani e gruppi di ragazzini. La pulizia del lungolago lastricato aveva lasciato il posto a strade sterrate e fangose dove si era accumulato ogni genere di rifiuto. Da una stazione di autobus che sorgeva proprio alle spalle dei questo quartiere di ristoranti e taverne, andavano e venivano gruppi di giovani e fedeli venuti dai villaggi della valle. Iniziai a vagare senza una meta apparente tra gli edifici che si affacciavano su vicoli, passaggi e piccole piazze. Si trattava in genere di case e palazzi di una certa grazia, in legno, alcuni coni piani superiori aggettanti, bei serramenti con telai intagliati e portali di una certa eleganza, anche se un po’ ovunque aleggiava un’aria di incuria.

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Walking to the Hazratbal Mosque. ph. Maria Lecis

Mi domandai allora come sarebbe stato questo posto se, adeguandosi alle pretese un po’ occidentali del suo lungolago, fossero all’improvviso spariti i rifiuti, le case fossero state perfettamente tinteggiate, e, al posto di bancarelle sgangherate e “muslims restaurants” improvvisati fossero comparsi rilassanti bar con tavolini e ombrelloni. Già come sarebbe stato quel Hazratbal? E soprattutto saremmo davvero stati felici di esserci?
Tornai sul lungolago dove famiglie e coppie passeggiavano. La shikara mi aspettava e salii a bordo, allontanandomi dalla moschea che in controluce apparve di nuovo affascinante e misteriosa, tanto che per un attimo sorse in me la tentazione di chiedere ai barcaioli di girare la barca e di lanciarmi in una nuova scoperta, restarne di nuovo un poco deluso e poi ripartire, ripartire ogni volta meno lontano e meno sorpreso. Ma, si sa,questo è un gioco pericoloso da farsi quando ci si muove in Oriente!

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A flower from the lake Dal, Kashmir. ph. Maria Lecis.

Shikara boat slipped lightly between the lotus flowers. All around the silence. A woman on a small boat bent over floating flowers. She wore a red veil and looked asleep. As soon as we arrived the woman seemed to reawaken and approached our boat. He gave me a freshly cut flower, still moist with water, that would decorate my room for the following days.

My destination was the Hazratbal Mosque, probably the most sacred place for Muslims in Kashmir for its precious relic, a hair of the Prophet Muhammad. Sliding on the lake Dal, the noise of the oar and chatter of the boatmen sometimes breaking a magical bubble of time suspension, a rare sparkle from the shore, the sun reflecting on the glass of a car on the coastal road, reminded me of reality. Finally, nothing more than a vague shadow, the white dome and the Ottoman style minaret the of the Hazratbal mosque (the Mosque of the Hair) appeared. I was expecting an austere place of Muslim veneration but I found myself in front of a sort of swimming pool created by an artificial dam from which powerful jets of water ascended to the sky and in which children dived and splashed, shouting at our passage. Even the lakeside promenade, where families and couples of girls with multicoloured khameez walked, and where beautiful kashmiri style wooden houses with white frame windows run as a backdrop, had a touch of pampering, embellished with bronze streetlights with a slightly English look. Lulled by the shikara slipping slowly over the lake, I had to win a sort of oriental indolence. Accompanied by the two boatmen who for faith or responsibility had decided not to leave me alone, I headed towards the entrance of the mosque that fortunately admitted non-Muslims.

Still bewitched by the dreamlike dimension of the journey, I was not immediately able to feel the mosque’s spirit, a little disappointed to find myself in a space rather incongruous with the external aspect of the mosque. The prayer room was covered with red carpets but the walls where the white marble mihrab, were covered by a mountain style oak boiserie. I sat searching something like a spiritual harmony with the worshippers facing the white marble niche indicating Holy Mecca. A thread of green neon light ran along the walls, guiding my gaze in the right direction: I followed it hoping it would make me regain the “spiritual speed” that that phlegmatic approach had fueled.
After a few minutes I got up and returned to the outside. Back of the mosque, beyond the lakefront that winked to the West, I discovered Hazratbal was also a village and, a few steps, I found myself in the East. Among the stalls that sold food and Muslim Restaurants I met mostly young people and kids. The cleaning of the paved lakefront was now a dirty and muddy road where all kinds of waste had accumulated. I began to wander without an apparent destination among alleys, passageways and small squares, looking at wooden houses and palaces of a certain grace, beautiful windows with carved frames and portals. I wondered what this place would be like if the garbage had suddenly disappeared, the houses had been perfectly painted, and instead of stalls and improvised “muslims restaurants” I could see relaxing bars with tables and umbrellas facing the water. Would I have been really happy to be there?
I returned to the lakefront where families and couples walked. Shikara was waiting for me and I moved away from the mosque which appeared fascinating and mysterious in the changing late afternoon light. For a moment I felt the temptation to ask the boatmen to turn the boat and give me a second opportunity, a new discovery, ta chance to be one more time a little disappointed and start again and again. But remember, this is a dangerous game to play in Eastern countries!

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