Ho appena terminato di leggere un libro strano e curioso. Parla della città di Delhi nel momento in cui finiva la grande epoca dei sovrani Mughal (o Mogul come spesso li si chiama in Italia). Il suo titolo è Crepuscolo a Delhi. Ahmed Alì, che ne è l’autore, descrive con un atteggiamento tra il nostalgico e il rassegnato la fine di un periodo magico dove poesia, spiritualità, arte permeavano la vita quotidiana di una città che era stata anche sacra e meta di pellegrinaggio per i fedeli islamici.

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Purana Qila, the former Lodi’s Dynasty Fort, is one of the best preserved islamic architecture’s site in Delhi. ph. Maria Lecis.

Arrivando a Delhi si resta sempre sconcertati, la capitale dell’India è infatti una città inafferrabile. Nata dall’aggregazione di diversi nuclei urbani non è di fatto “una” città quanto un insieme di molte storie, di molti pensieri, di molte anime. La sua anima più riconoscibile e nobile è quella datagli dai Mughal. Per quattrocento anni la dinastia musulmana aveva garantito una precaria unità nel territorio indiano. Il suo periodo aureo fu quello che coincise con il regno di cinque imperatori: Humayun, Akbar, Jahangir, Shah Jahan, Aurangzeb che, dalla metà del XVI  secolo fino alla fine del XVIII secolo, riuscirono a dare all’India una parvenza di unità. Le personalità degli imperatori furono assai diverse tra loro: dal debole Humayun al visionario Akbar, dal raffinato Shah Jahan al devoto e austero Aurangzeb. Delhi però è soprattutto la città di Shah Jahan che, spostando la capitale da Agra, edificò qui la sua nuova città, la settima capitale, ispirandosi a concetti urbanistici arditi con radici nella simbologia islamica. Una nota in calce al romanzo di Ahmed Alì racconta nel dettaglio la corrispondenza tra la pianta della città e un corpo umano, a dimostrazione di come in India persino la disposizione delle strade e delle piazze sembri rientrare in un disegno più profondo e incomprensibile. Ma questo disegno appare oggi difficile da rinvenire dopo i pesanti interventi operati dagli inglesi. Ahmed Alì racconta di strani santi sufi itineranti, di come i matrimoni fossero un delicato insieme di diplomazia e volontà, di come la vita dentro le case fosse strettamente divisa tra zenana, il quartiere femminile, e mardana, quartiere maschile, di come però aldilà delle apparenze fossero le donne a tessere le trame della vita, ma soprattutto parla di poesia, perché era la poesia la forma preferita per esprimere lo spirito di questa città, di piccioni viaggiatori e di aquiloni. Cosa rimane di quella Delhi? Nei bazar di Chandni Chowk si possono ancora cogliere frammenti di quella vita ma il rumore, l’inquinamento e il traffico hanno reso questa strana città molto meno affascinante di quanto lo fosse un tempo. A Delhi si possono comunque ancora scoprire veri e propri gioielli di architettura islamica: dal Lal Qila, il grande Forte Rosso, una specie di Città Proibita indiana, alla grande Moschea. Ma sono soprattutto i mausolei ad essere una testimonianza unica e costante di come i Mughal intendessero l’arte. Il mausoleo, edificio funebre, è dunque una perfetta icona di una civiltà al crepuscolo e tra Delhi e Agra (che fu per un certo periodo la capitale dell’Impero) ne possiamo vedere alcuni esempi davvero notevoli: da quello di Humayun a quello di Akbar, per terminare con quello più conosciuto di tutti, il Taj Mahal. Ma Delhi è anche una città di santuari sufi, come quello edificato sulla tomba del santo Nizamuddin e di belle moschee. Anzi la grande Jama Masjid è il monumento religioso principale della città per storia e valori artistici.
Spesso considerata solo un hub dove fare scalo in vista di un viaggio verso mete più esotiche, Delhi sconta un po’ questa mancanza di centralità, questa frammentazione di cui il libro di Ahmed Alì testimonia l’origine e la causa: la perdita della poesia, l’allontanarsi da quei versi amorosi, rivolti in egual misura a Dio o all’amata, che avevano elevato la civiltà Mughal. Il libro di Ahmed Alì può essere quindi una guida, non pratica ma spirituale ed evocativa, per ritrovare, nei frammenti di uno splendore passato, un percorso di conoscenza e rinnovato rispetto.

 

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Delhi: Safdarjung Tomb, the last great Mughal architecture in Delhi. ph. Maria Lecis

Delhi e Agra due città vicine tra loro che riescono a rendere lo splendore di una civiltà raffinata ed effimera sono alla base di uno dei Viaggi dello Spirito in programma dall’8 al 29 settembre e che prevede anche la visita del principale luogo di culto islamico in India, il santuario di Ajmer, in Rajasthan, e dei meravigliosi giardini che gli imperatori si costruirono in Kashmir, sulle rive del lago Dal. 

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Pigeons in the Delhi Mosque’s yard. ph. Maria Lecis

Reading Ahmed’s Ali novel Twilight in Delhi I’ve rediscovered the spirit of this strange and elusive city.  When you arrive for the first time in Delhi you may feel quite confused, missing a real centre: seven cities, seven souls, a plenty of stories, dynasties, emperors and poets, and it’s not easy to understand the real Delhi. This novel, sad and nostalgic, displays a lost life of secret quarters where women lived in the secret zenanas and managed marriages and loves, where lived street poets, sufi, wandering saints and beggars, pigeons and kites. Delhi was like a body, author says, a physical representation of a mystical concept, that until the English Raj destroyed not only old walls, palaces and alleys, but a peculiar way of life strictly connected with the Mughal Dynasty. From XVI to XVIII century five great emperors, Humayun, Akbar, Jahangir, Shah Jahan, Aurangzeb made Delhi the centre of a great empire. Islamic architectures are everywhere in Delhi, sometimes nothing more than ruins in a bollard, but the Humayun’s Tomb, Jama Mosque and the Lal Qila, the Indian Forbidden City, are absolute masterpieces of world’s architecture. Delhi is chaotic, polluted, noisy, crowded, but in the busy bazars of Chandni Chowk you can feel the sounds and the smells Ahmed Ali describes in this novel. Sometimes Delhi is nothing more than a hub, a place from where to start from exotic destinations, but I think it worths to stop some day here and begin to discover its islamic heritage; try not to be scared of the crowd, scared of the beggars lining in the alleys the leads to the Nizamuddin Shrine, the holiest sufi site in the city. Try to discover the dust of an lost sunshine… Delhi’s Twilight teaches you the right way.

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