Alla periferia di Yazd, una delle più affascinanti città dell’Iran, sorgono le Torri del Silenzio costruite dagli Zoroastriani, gli Adoratori del Fuoco, per deporvi i cadaveri. Si tratta di una tradizione antica che però è stata ormai abbandonata anche dai pochi fedeli che questa antichissima religione ancora può contare in quella che fu un tempo una delle sue città sante.

Per non contaminare la Terra con le sepolture e l’Aria con i roghi, i Mazdeisti, seguaci di Ahura Mazda nel più antico culto monoteistico documentato, elaborarono un curioso modo di gestire i riti di fine vita. Convinti che la materia, in quanto tale, non avesse alcun valore, né simbolico né memoriale, decisero che il modo migliore per eliminarla, una volta abbandonata dallo spirito, fosse di farla ritornare intrinsecamente tale, rendendola cibo per avvoltoi. Costruirono quindi delle torri, alla periferia delle città, dove portare con un corteo funebre i cadaveri dei defunti, abbandonandoli poi su una piattaforma così che fossero spolpati dagli avvoltoi. Questa pratica, apparentemente cruenta, aveva invece delle forti motivazioni spirituali ed ecologiche ed era l’espressione di una civiltà raffinata e capace di profonde speculazioni sul cosmo e sulla natura. I famosi Magi, scrutatori delle stelle, divenuti famosi per essere stati testimoni della più celebre natività della storia, erano appunto sacerdoti mazdeisti o zoroastriani, come vennero poi chiamati dal nome del loro più importante profeta e riformatore, Zoroastro o Zarathustra che dir si voglia.

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A Tower of Silence and Zoroastrian ruins in Yazd. ph Maria Lecis

Nel deserto che si apre appena alla periferia di Yazd, bellissima città dell’Iran Centrale, sorgono ancora numerose Torri del Silenzio (così sono infatti chiamati questi luoghi di sepoltura) che ormai però sono ormai solo degli affascinanti monumenti memoriali. I pochi Zoroastriani di Yazd, che rimane comunque l’unica città dell’Iran che ancora conservi un Tempio del Fuoco funzionante, ormai hanno abbandonato le loro pratiche rituali, optando per una più convenzionale inumazione in tombe sigillate col piombo così da assicurare la non contaminazione.

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View of a Tower of Silence. Yazd. ph Maria Lecis

Seduto sul muro di una Torre, in una limpida giornata di sole in cui l’unico suono era prodotto dal vento che soffiava, sollevando piccole nuvole di terra, cercavo di immaginarmi come potesse svolgersi questo culto, così insolito e che ricordavo essere sopravvissuto solo a Mumbai, la città indiana divenuta la nuova capitale per gli Zoroastriani, chiamati in India Parsi. Eliminando il raccapriccio che può essere provocato dall’evocazione di artigli e becco che affondano in un corpo, rimaneva in me il pensiero che questo uso fosse tutt’altro che primitivo, fortemente legato al dualismo, tipicamente iranico, per cui spirito e materia sono profondamente divise, ed è lo spirito l’unico a vivere davvero. Allora, pensai cercando di interpretare il pensiero originale, che se proprio la materia deve essere annullata, almeno serva a nutrire altra materia e a rimanere, non solo simbolicamente, nel ciclo della vita. Scendo dalle Torri del Silenzio e mi dirigo verso la città di Yazd per visitare il Tempio del Fuoco. Mi ritrovo in un edificio semplice, ben tenuto, con il simbolo degli Zoroastriani ben visibile sulla facciata e aperto su un silenzioso cortile. Il suo interno ospita, riparato dietro un vetro infrangibile, un modesto braciere dove, si dice, il fuoco arda incessantemente da secoli, sempre attizzato dai sacerdoti con legni pregiati. Il fuoco, simbolo della vita, simbolo della divinità, non è così imponente come immaginavo: è un fuoco discreto, persino debole, ma deve apparire ancora intrinsecamente potente e incomprensibile per i pochi fedeli che vengono ancora a venerarlo. Non hanno avuto vita facile gli Zoroastriani nell’Iran divenuto musulmano e oggi sono solo pochi quelli che hanno scelto di rimanere qui, a difendere la propria identità e la propria storia. Sono molto riservati e difficilmente si prestano al dialogo, per cui la mia visita al Tempio di Yazd finisce per essere un evento enigmatico ed emotivamente debole.

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Zoroastrian Symbol on the Yazd’s Fire Temple front. ph. Maria Lecis

La riflessione sulla morte è entrata in questa giornata di luce, quasi contaminandola, e mi rimane nel cuore una strana sensazione di mistero. La sera, uscito per una passeggiata, mi ritrovo ai piedi della meravigliosa moschea del Jameh, illuminata in modo suggestivo, che spinge i suoi minareti, sottili come aghi, verso un cielo punteggiato da vivide stelle. La moschea dovrebbe essere chiusa ma la porta principale è stranamente aperta e provo a entrarci. Un uomo vestito di scuro mi viene incontro e mi invita a seguirlo. Mi ritrovo così in un grande cortile illuminato solo da fioche lampade e dalle stelle. È una visione incantevole e di grande pace. L’uomo mi si avvicina offrendomi un bicchiere di tè con l’immancabile zolletta di zucchero; lo bevo mentre delle donne in chador nero stanno sedute in angolo della moschea ad ascoltare un religioso che parla con voce profonda. Capisco all’improvviso di essere stato invitato a una veglia funebre. Uomini passano, mi ringraziano, sorridono. Io resto lì imbarazzato, guardandomi attorno con la sensazione di essere un intruso. Ringraziando, lascio la comunità e l’uomo  in nero mi accompagna alla porta, ringraziandomi di nuovo per aver reso omaggio al suo lutto. Uscito nella strada, deserta e silenziosa, vedo, incollato alla facciata di una casa, un manifesto funebre. Il volto del defunto è una copia di quello dell’uomo che mi ha accolto sulla soglia della moschea. Un fratello, probabilmente, ma un certo turbamento mi invade. Camminando nel silenzio mi rendo conto di come la morte, nei suoi vari aspetti, abbia accompagnato questa mia giornata ma non provo nessuna tristezza.

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Iranian woman at Fire Temple, Yazd. ph Maria Lecis

Yazd è una delle mete del Viaggio dello Spirito in Iran che City Pilgrim organizza in collaborazione con La Compagnia del Relax.

 

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